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Battles. Battaglia (o guerra) persa?

Cristiano Iarusci ha postato questo articolo il 28/06/2011
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Se per qualche assurda ragione quattro anni fa vi foste persi “Mirrored” – per molti, sottoscritto incluso, una delle esperienze auricolari più gratificanti degli anni zero -, in un certo senso potreste quasi ritenervi fortunati. Decisamente più facile afferrare il bandolo da questo punto nel tempo e sgomitolare a ritroso, che perseguire in avanscoperta il flusso nominale delle cose.

Perché a voler vestire i panni di un algido revisore dei conti, che snocciola il sommario delle perdite nell’ipotetico bilancio di una transizione artistica (un po’ troppo) precoce, potremmo tranquillamente asserire che, con “Gloss Drop”, i Battles hanno perso in un colpo solo:

  • effetto sorpresa;
  • almeno uno paio di contagiosissime hit (Atlas e Tonto);
  • dosi massicce di estro, e con esso l’imprevedibiltà che l’estro normalmente conferisce alle cose.

Molto più succintamente, potremmo dire che il passo tra “Mirrored” e “Gloss Drop” ha la misura di un Tyondai Braxton perso per strada. E non bastano certo i cameo dei vari altisonanti ospiti (Gary Numan, Kazu Makino, Yamataka Eye) a raddrizzare la china di un disco in chiara sofferenza posturale. Si maschera bene. Ma una maschera, per fina e paracula che sia, ha sempre uno spessore percettibile che ne rivela gli intenti.

Com’è noto, tuttavia, spesso l’imprevedibilità di un grande solista in meno favorisce lo sviluppo del gioco di squadra. Ed è forse proprio questo il parametro che caratterizza maggiormente Gloss Drop, ove la band appare comunque apprezzabilmente coesa e raccolta attorno a una verve “matematica” inspessita per compensare, con maggiore struttura, l’illanguidimento delle fonti creative più prominenti. Si compatta (verso il basso) il processo creativo, consolidando con geometria Williams-iana ove prima era la sfrontatezza di certi istrionismi Braxton-iani a scavare il solco col resto dei “matematici”. Il risultato, pur non esecrabile, pecca complessivamente di definizione, confinando a pochi brani-cardine (“Wall Street”, “My Machines”) l’onere ingrato – se non proprio improbo – di trainare i Battles fuori dalla melma di una “canonizzazione” prematura.

Il Vaticano, naturalmente, è esente da responsabilità oggettive e noi d’altronde non è che pretendevamo di farli santi subito. Però la macchina-Battles, per come l’avevamo conosciuta in retrospettiva, ci piaceva assai e alquanto. Ora la puzza di aurea mediocritas (con tutte le implicazioni ed interpretazioni che la definizione può suggerire) è piuttosto difficile da tollerare.

 

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