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Other Lives. Altre storie dal profondo per altre profonde commozioni.

Cristiano Iarusci ha postato questo articolo il 13/06/2011
Audio Carne Fresca Featured Rock + Pop Video //

Intendiamoci, nessuno verrà mai a vendervi gli Other Lives di Jesse Tabish come la frontiera ultima della musica tutta. Il perché è presto detto: non innovano alcunché, non sono vieppiù originali, e a dirla tutta il buon Jesse ha una vocalità discutibile, in continuo e caracollante dimenarsi tra sofferenze Yorke-ane e svagatezze folk di uno Ian Anderson d’annata. Eppure, per ben più di qualche valido motivo, rinunciare a “Tamer Animals” sarebbe come rinunciare a voluttuosi impegni con un’avvenente fanciulla perché somiglia troppo ad una ex. O magari perché non è abbastanza… illibata.

Fatto sta che già l’omonimo debutto, poco più che un anno e mezzo fa, ci aveva suscitato grande suggestione, grazie ad un sontuoso pop acustico di ampissimo respiro che inglobava un gran mole di pregiatissimi flavour – i Radiohead più rarefatti, i primissimi Coldplay, il meglio della scena alt-folk americana, il revival ’60 di stampo wilsoniano di Fleet Foxes ed affini – affrescando il tutto in squisito amalgama sinfonico-cameristico. La presa di coscienza in “Tamer Animals” è tuttavia, se vogliamo, ancor più oltranzista. O, forse, semplicemente ispirata. Perchè, in qualche modo, l’afflato cameristico ha soppiantato quello acustico, e la vocazione intimista della band dell’Oklahoma si è notevolmente arricchita di proiezioni ancor più immaginifiche. Impossibile davvero estrapolare delle tracce significative da un continuum emotivo tanto prorompente.


Come (si spera) potrete apprezzare nello streaming ufficiale del disco in questione, Tabish e sodali hanno impresso alla loro musica il marchio pregnante di un’estetica così squisitamente cinematografica da non amettere soluzioni di continuità.

Parlavamo di voluttà e di copule in apertura. Ma qui c’entra tutto tranne che il sesso. Quello fisico, soprattutto. A meno che non riportiamo il discorso al dopo-sesso, quando, mai come in quel momento, la mente è capace di fughe iperuraniche e pindarismi di un certo rilievo. In un anno in cui gli Elbow – proprio loro, l’universalità incarnata in pop – tradiscono (se così si può dire) le prime incertezze compositive, il senso di Tamer Animals è autocontenuto in una semplice proposizione: è uno dei dischi più belli ascoltati finora nel 2011. Arrendetevi a questo disco. Sarà un dolcissimo naufragare.

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