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Andrea Costanzo

Meshuggah – “Koloss”: il piacere di non evolversi

Andrea Costanzo ha postato questo articolo il 02/04/2012
Audio Featured Metal + Punk //

Si potrebbe usare, nel caso di questa nuova fatica a nome Meshuggah, il detto “squadra che vince non si cambia”. Ma penso non sarebbe una mossa corretta nei confronti di quanto proposto dagli inarrestabili svedesi in questo “Koloss“.

Che è vero, non è un album particolarmente innovativo, come non lo era, tutto sommato, l’ultimo “Obzen”. La musica delle sue tracce è lontana dalle tessiture aliene, soffocanti e, ammettiamolo, pure troppo ostiche di un “Catch 33″. O anche dalla freddezza chirurgica di “Nothing” (l’originale, non il pessimo remixaggio che la band pare aver riproposto in un momento di sconforto). 

La violenza di “Koloss”, infatti non è cerebrale (pur restando molto più psicologica di molte altre metal band estreme. Stiamo pur sempre parlando dei Meshuggah), ma godibilmente fisica e viscerale.

Fin dall’apertura martellante e feroce di “I am Koloss”, gli ingredienti sono posti in evidenza: tempi disumani, come sempre, ma decisamente pronti per l’headbanging, più che per la contemplazione stupefatta. Ritmo, energia, momenti di alienazione nervosa e tante tante mazzate sui denti.

E già alla seconda traccia la band sfodera quello che è il capolavoro del disco, e forse il loro pezzo migliore da molto tempo : “The demon’s name is surveillance”

Un pezzo del genere è roba da sogni bagnati metallari. Veloce, privo di falle, preciso, brutale, intenso e assassino. Una roba che non si sentiva in un disco dei Mehsuggah dai tempi di “Destroy, Erase, Improve”. Si lo so, dichiarazione controversa ma tant’é.

Di conseguenza non ci si trova di fronte a una rivelazione. Ma il disco funziona. E si fa ascoltare. E spacca. Buon dio se spacca.

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