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Mark Lanegan live in Bologna, ovvero anche le statue possono cantare

Francesca Garattoni ha postato questo articolo il 31/03/2012
Featured Rock + Pop Video //

Mark Lanegan performing as Gutter Twins in Seattle (2008) ©Francesca Garattoni

Narrano antiche leggende che esseri mitologici potessero trasfomare i comuni mortali in statue e che per loro la storia finisse lì. Ora, nel 2012, credere ancora alla leggenda della Medusa è un po’ azzardato, ma sabato scorso ho pensato ci fosse ancora una Gorgone a piede libero.

Magari nei millenni i suoi poteri si sono un po’ affievoliti, ma a vedere Mark Lanegan sul palco la domanda che penso abbia attraversato almeno una volta la mente di ogni persona presente in un Estragon sold-out sia stata “ma è un manichino o è lui in carne e ossa?”. Il fatto che da questa presenza monolitica attaccata rigidamente all’asta del microfono uscisse della voce – e che voce! –  dissipava ogni dubbio, ma la domanda in più momenti è stata lecita.

Sebbene il vedere sia un dettaglio, ormai statisticamente provato, trascurabile durante i suoi concerti, sentire Lanegan live è sempre un’emozione: la sua voce cavernosa e graffiante come carta vetrata (grana 20 direi, bella grezza) riesce ad essere allo stesso tempo avvolgente come una coperta di cachemire e credo sia questo che la rende così seducentemente affascinante.

Il concerto si è aperto con la prima traccia del recente “Blues funeral”, “The Gravedigger’s song”, con un piglio che risuonava vagamente di Queens of the Stone Age (chissà perché…) per poi scivolare in una micro-antologia della carriera solista di Lanegan, tra brani da “Bubblegum” (“Hit the city”), “Field Songs” e “Here comes that weird chill” (“Sleep with me”).

È con la struggente “Gray goes black” che si ritorna nel tracciato promozione-dell’ultimo-album: secondo i fan della prima ora, il Lanegan di adesso non è più quello di una volta, e si è rammollito, e cos’è ‘sta roba elettronica, e c’è troppa drum machine e magari vogliamo anche tirar fuori che non ci sono più le mezze stagioni già che ci siamo?! Ma il punto è questo: “Gray goes black” è un pezzo incalzante e contemporaneamente malinconico, una perfetta giustapposizione tra un ritmo che entra nelle vene (muoversi! Mark! sculettare addirittura!) e un testo così sconfortante che le vene ti fa venire voglia di tagliartele.

Si prosegue, tra un pezzo degli Screaming Trees e una cover dei Leaving Trains, tratta dal dolcissimo “I’ll take care of you”, alternate a molti pezzi di “Blues funeral” e ancora qualcosa di “Bubblegum” per arrivare ad un momento che scuote gli animi: Mark Lanegan alza un braccio e saluta ringraziando! E non solo! Cammina pure fino dietro alle quinte!

Ma non è finita qui: c’è posto per un encore, altri quattro pezzi con cui Lanegan avvolge il pubblico nella sua calda voce. C’è silenzio, nessuno si muove, è come se la voce che arriva dal palco riempisse i vuoti tra una persona e l’altra. Lanegan canta “Harborview hospital” come penultimo pezzo e io sento Seattle e riesco a vedere, con lui, l’oceano dall’angolo scosceso tra la 9th e la James.

È dopo “Methamphetamine blues” che si ripete quel piccolo eccezionale evento di vedere la statua dalla voce ammaliante muoversi e raucamente salutare il pubblico, per sparire nel buio mentre in sala le luci che si accendono decretano che il concerto è finito.

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