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Andrea Costanzo

Van Halen – “A different kind of truth”: il ritorno in buona forma dei Van Halen. Durerà?

Andrea Costanzo ha postato questo articolo il 12/02/2012
Audio Featured Metal + Punk //

Alex Van Halen, David Lee Roth, Eddie Van Halen e e suo figlio Wolfgang. Quasi tutto in famiglia.

La grande maledizione dello scribacchino musicale, forse una delle grandi iatture che hanno ridotto la nostra passione/professione a barzelletta, ha a che fare con quanto facile sia lasciar guidare la proria penna dai pregiudizi. In tutta onestà, la gran parte di coloro che scrivono di musica cade spesso e volentieri nella caustica condizione del “se sono vecchi rottamiamolia priori”. Il che porta spesso ad approcciare band non esattamente fresche, riunite dopo eoni di stagionatura per strappare qualche assegno, come bufale toali. Fors per snobismo (molto), forse anche per la concreta stanchezza che a volte piglia nel notare come le band della scena rock classica siano più o meno sempre le stesse.

In fondo, come non sentirsi un po’ sfiancati di fronte a un bill come quello del Gods Of Metal dove i gruppi sono quasi tutti stagionati o riassemblati dai resti di un sarcofago (salve Ugly Kid Joe, quant’era che non ci si vedeva….).

Non mi sento quindi totalmente in colpa nell’ammettere che il ritorno discografico dei Van Halen è stato accolto da me con parecchi “mah” e pure qualche commento un po’ più grezzo. E l’entrata in scena non era stata nemmeno delle migliori, tra un Eddie Van Halen che pare in decomposizione, David Lee Roth che è un po’ barzellettesco con le sue pose da pseudo star che collidono con la alvizie incipiente e il colorito innaturale.

E poi quell’orrible, palstificatissimo, insostenibile primo singolo a nome “Tattoo”. Uno di quei pezzzi che fanno veinire in mente il periodo più asettico e critico della band, ricoperto da vari strati di iperproduzione, con un ritornello che pare uno scarto di qualche gruppetto dell’MTV più cafona.

Ma con la dovuta pazienza, mi sono ascoltato il disco, e superato lo scoglio di “Tatoo”, piazzata spietatamente in aperura, ho trovato nelle mie spaventate orecchie quello che può essere il miglior disco dei Van Halen da parecchi anni. Merito di una carica indiscutibile, quasi la band avesse intuito di dover dimostrare qualcosa. Merito di una tenica che è e rimane indiscutibile (non si suona la chitarra come Eddie da un giorno all’altro). Merito soprattutto di un David Lee Roth, non solo è in stato di grazia, ma dotato di un’ugola, un’energia e una voglia sfacciata di divertire che lasciano quasi a bocca aperta.

Ascolatate, ad esempio, “Stay Frosty”, uno dei gioielli del disco. Una gemma di rock classico, imbottita di adrenalina, orecchiabile e magnetica, con David che sofggia tutti i suoi trucchi più gigioni e sfacciati. Ottenendo il risultato di far muovere il posteriore e battere il piede persino ai più scontenti.

Non siamo di fronte a un capolavoro o a un disco incredibile. Il ritorno della band resta discutibile. E i racconti di chi li ha visti dal vivo, sconfortanti. Ma se non altro abbiamo un disco brillante. E questo, in tempi di omologazione e tremendo scassamento di palle, è molto (scusate il francesismo).

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