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The Saddest Landscape – “After the lights”: ritornano i piccoli principi tristi

Alessio Iocchi ha postato questo articolo il 03/02/2012
Audio Carne Fresca Featured Metal + Punk //

Il paesaggio è triste, d'accordo, ma pure loro non scherzano.

Ora, non vorrei in alcun modo mettere in imbarazzo il lettore, ma non conoscere un nome come quello dei Saddest Landscape è un’eresia musicale, punibile con l’ascolto forzato di canzoni salsa e random tracks dal Meglio dei Pooh. Poi, magari, lo screamo vi fa schifo e allora siete più che giustificati e potete tornarvene a posto. Ma se almeno un minimo vi ho stuzzicato l’attenzione andatevi a googlare il nome di questa band americana, o provatevi ad ascoltare “You will not survive” (anno domini 2010), secondo l’umile opinione di chi scrive il loro miglior album, e poi mi direte. Perché qui parliamo di ottima musica: quella fatta col cuore, con energia, sudore e sangue, e un ascolto- in definitiva- lo merita tutto.

“After the lights” inizia con un incipit (“In love with the sound”) che sembra messo lì proprio per sviare: lento, lisergico, due cordicelle di chitarra pizzicate svogliatamente, ma non passano nemmeno venti secondi ed arriva l’artiglieria pesante, ma pesante per davvero. Perché da qui in poi si è – metaforicamente – da soli. Una cavalcata che passa per sette brani velocissimi (tra gli altri pregi del disco, sicuramente l’agilità) e tocca tutte le sfumature dell’animo umano, plana a bruciapelo sulle teste di noi miseri ascoltatori e ci lascia esanimi sul campo di battaglia, mentre ci ripetiamo nella testa, come un mantra, che non esiste conforto per le nostre piccole sconfitte (“The confort of small defeats”, gioiello del disco), e per il momento facciamo finta di crederci.

È un vortice di duro, nerissimo livore: quello scatenato dalla rabbia, dalla frustrazione e dal dolore; quello che farebbe impallidire qualunque indignado e che sarebbe la colonna sonora ideale di una rivoluzione vera – cosa che per il momento non sembra possibile. Ascoltare, una dietro l’altra, “This heals nothing”- la più iconoclasta-  “When everything seemed to matter”- la più urgente – o, ancora, la marziale “Desperate vespers” ha un che di vagamente catartico, perché di sicuro, alla fine, non si rimane indifferenti.

Una volta, tanto tempo fa, avevo letto in un intervista fatta al cantante della band (“…the saddest landscape” è una frase presa nientepopodimenoche da Antoine de Saint-Exupery) che per lui il punk (e per esteso lo screamo e qualsiasi altro genere underground) non morirà mai. Dopo aver sentito il loro quarto disco, mi sento di dargli completamente ragione. E, ne sono certo, lo penserete anche voi al termine di questo bellissimo, ruvido “After The Lights”.

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