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I Metallica rifanno il Black Album a Udine? E noi lo ri-recensiamo.

Francesco Eandi ha postato questo articolo il 20/01/2012
Featured Metal + Punk Video //

I Metallica del 1991. Bei tempi: c'era ancora Jason Newsted, Lou Reed era un rispettato rock man che non c'entrava nulla con la band, St. Anger era ancora molto in là da venire.

La notizia è ufficiale: i Metallica saranno a Udine il 13 maggio 2012, unica tappa italiana del tour che celebra i 20 anni del Black Album – ovvero il disco che ha fatto scalare un paio di ordini di grandezza tanto alle loro vendite quanto al loro conto in banca. E quindi the four horseman (o meglio, come ironizzava qualcuno sulle sembianze animalesche di Robert Truijllo, the three horsman and one gorilla) rieseguiranno tutto il disco canzone per canzone, da “Enter Sandman” a “The Struggle Within”, passando per il lentone strappa-mutande (ma con le borchie) “Nothing Else Matter”.

Ora, siccome dei Metallica in generale e del Black Album in particolare io ne ho scritto il giusto in vari contesti, colgo l’occasione per riproporvi un’approfondimento (chiamarlo solo recensione è riduttivo) sul disco suddetto, uscito nel 2003 nel libro “I 100 dischi ideali per capire il rock hard & heavy“, edito da Editori Riuniti (e recensito recentemente qui in modo lusinghiero). Forse per farlo dovrei chiedere il permesso alla casa editrice, ma con quello che mi pagarono ai tempi, e col fatto che sono ormai passati nove anni circa, non mi porrò troppi problemi. E dunque, il mio pezzo faceva così: 

METALLICA

Metallica (Black Album) (Vertigo, 1991)

Enter Sandman / Sad But True / Holier Than Thou / The Unforgiven / Wherever I May Roam / Through The Never / Don’t Tread On Me / Nothing Else Matters / Of Wolf And Man / My Friend Of Misery / The Struggle Within

Prodotto da Bob Rock, James Hetfield e Lars Ulrich.
Registrato da Randy Staub e Mike Tacci presso la One On One Recording, Los Angelse, tra ottobre 2000 e giugno 2001.
Orchestrazioni su Nothing Else Matters di Michael Kamen.

Quando nel 1988 l’Elektra mette sul mercato …And Justice For All, i Metallica salutano con un’ultima zampata il loro aureo periodo thrash. Con un disco – Kill’em All, 1983 – che ha sancito la nascita definitiva di uno stile, e con almeno due capolavori – Ride The Lightning e Master Of Puppets, rispettivamente 1984 e 1986 – che hanno portato ai tale stile ai suoi massimi livelli, i Metallica di …And Justice si fanno più ambiziosi. Tra le note di Blackened e Harvester Of Sorrow, o lungo i nove minuti e quarantaquattro secondi della title-track, si cela una band che ha fatto della chirurgia dei propri riffs un dogma, della complessità delle proprie strutture ritmiche un vanto, del tecnicismo una condizione irrinunciabile. Ma nonostante le premesse, …And Justice For All riesce solo a metà: l’ambizione dei Metallica viene frustrata da una produzione tutt’altro che brillante, un basso tendenzialmente inesistente e una sostanziale ampollosità degli arrangiamenti che sortiscono l’effetto opposto a quello desiderato. “Il sound del Black Album? Si è trattato di una reazione a …And Justice For All, che è stato un disco molto, molto lavorato”, ricorda James Hetfield in un’intervista di poco successiva all’uscita del disco. “Ogni minima nota era stata soppesata ed elaborata. L’arrangiamento era così orchestrato che registrare quel disco è stata un’impresa veramente dura, e riproporlo dal vivo cominciava a diventare noioso. Quando abbiamo realizzato tutto questo, abbiamo capito che dovevamo passare oltre, evolverci, e il Black Album infatti è quasi l’opposto”.

Sedici milioni di copie vendute solo negli Stati Uniti potrebbero  suggerire che l’evoluzione è avvenuta nella direzione corretta (ma il condizionale è d’obbligo: i vecchi fans della band si farebbero cavare un dente piuttosto che ammetterlo). E mentre si discute se lo status di heavy metal band per antonomasia sia da ascrivere alla produzione precedente o a questo favoloso best-seller, non si può negare l’importanza e l’impatto assolutamente fuori dal comune che un disco come Metallica, universalmente conosciuto come The Black Album (opposto e complementare al White Album di beatlesiana memoria?) ha avuto dentro e fuori la scena hard & heavy, riuscendo di fatto a portare verso quest’ultima centinaia di migliaia di ascoltatori che mai si sarebbero sognati di comprare, un giorno, un disco metal. Potenza del marketing: al di là dell’innegabile qualità intrinseca dell’album, sarebbe stato difficile immaginare un successo simile senza il gigantesco fascino esercitato verso il pubblico mainstream da una ballad come Nothing Else Matters.

Quando nel febbraio del 1992 le tv musicali di tutto il mondo cominciano a metterne in rotazione il video, tutto appare chiaro: sarà una dolce, tenue e raffinata ballad a porterare al successo (quello vero, quello di massa) la più importante metal band americana del decennio appena conclusosi. D’altra parte, in casa Metallica nulla è mai stato lasciato al caso. Memori degli sbagli compiuti su …And Justice (che rimane, pur con i suoi difetti, un gran bel lavoro) gli strateghi James Hetfield e Lars Ulrich hanno messo in campo l’artiglieria pesante e convinto la loro etichetta discografica a fare altrettanto: un milione di dollari di budget e Bob Rock, già co-artefice dei successi mondiali di Mötley Crüe e Bon Jovi, ben schierato dietro la consolle. E niente peripezie tecniche sugli strumenti o suite progressive da dieci minuti: il nuovo corso della band si intuisce tutto da quella cover, Stone Cold Crazy, registrata per il quarantesimo compleanno della Elektra nel novembre del 1990 e che varrà alla band il Grammy per la miglior performance metal nel febbraio dell’anno successivo. In confronto a un qualsiasi brano della loro discografia, Stone Cold Crazy nella versione dei Four Horsemen appare poco più che un divertissement. Gli irrudicibili fans della band (“quelli-della-prima-ora”, categoria pericolosissima) storcono il naso ma non si fanno troppe domande: la band è appena entrata in studio da un mese, un nuovo (capo)lavoro sta presumibilmente per essere concepito, diamole fiducia.

Hetfield e soci erano effettivamente entrati in studio il 6 ottobre del ’91. Ne riemergeranno in poche e scelte occasioni (un giro promozionale in Europa, il Monsters Of Rock), fino alla conclusione dei lavori giunta quasi nove mesi dopo: non sbaglia chi parla di parto faticoso. Bob Rock è un produttore molto esigente. “Lavorare con lui significa crescere e imparare un po’ di più su cosa può davvero venire fuori dalla tua band. Lui ti fa vedere l’obiettivo e ti mette nelle condizioni di raggiungerlo. Ma per farlo è necessario lavorare uniti, e al massimo della concentrazione. Ecco cosa significa lavorare con uno come Bob Rock.”, racconta Jason Newsted. “Ricordo quando scrissi le liriche di Enter Sandman”, chiosa Hetfield, “e Bob mi disse: ‘questo testo non è abbastanza buono, puoi fare di meglio’. Lì per lì mi diede fastidio: ehi, sono io quello che scrive i testi, qua dentro! Ma quando tornai a casa mi sforzai maggiormente, e il risultato fu qualcosa che ovviamente funzionava assai meglio. E’ stata la prima volta in assoluto che qualcuno mi ha messo davanti a una sfida con me stesso, e il risultato è stato che mi sono messo a lavorare più sodo!”

Su un muro dello studio di registrazione è appesa la bandiera dei Soldati della Viriginia: vi campeggia un motto a chiare lettere, “Don’t Tread On Me”, non calpestarmi; e sotto, l’effige di un serpente. Il primo darà il titolo a una delle canzoni del Black Album, la seconda sarà l’unico elemento visibile della nera copertina del disco. “Volevamo una cover che rispecchiasse i contenuti del disco, ma soprattutto l’atmosfera nel quale il disco era stato concepito. Stava iniziando un nuovo decennio, l’ultimo del secolo, e parallelamente stava iniziando un nuovo periodo anche per i Metallica. Un periodo in cui volevamo essere più forti, più semplici, più diretti nella nostra musica e nella nostra immagine. Volevamo andare dritto al punto.”

Detto fatto: il 27 luglio ’91 esce il maxi singolo Enter Sandman, e la canzone è in buona approssimazione il manifesto sonoro della nuova incarnazione dei ‘Tallica: un canonico quattro quarti che ha i suoi punti di forza in un efficace quanto semplice riff centrale e in un chorus vincente magistralmente interpretato da Hetfield, ansioso di mostrare al mondo i suoi miglioramenti come vocalist. Ma quando, il 12 agosto, esce finalmente Metallica, ben altre si scoprono essere le sorprese. Sad But True è un mid-tempo cupo e roccioso dall’incedere quasi marziale; Wherever I May Roam, introdotta, secondo lo schema di Enter Sandman, dall’arpeggio del riff centrale (con un sound vagamente orientaleggiante)  è un’altra dimostrazione che i nuovi Metallica non devono necessariamente schiacciare sull’acceleratore per produrre ottimi e potenti brani. Alla velocità ci pensano piuttosto Through The Never e Holier Than Thou, vere e proprie autocitazioni rivedute e corrette di un passato indubbiamente ingombrante.

Ma le sorprese portano anche il nome delle due ballad (mai la band aveva osato tanto!) che si riveleranno fondamentali per la riuscita commerciale dell’album: se The Unforgiven persevera nella consolidata tradizione della “ballad in posizione numero quattro” (ci avete mai fatto caso? Fade To Black è la quarta canzone di Ride The Lightning, Welcome Home (Sanitarium) la quarta di Master Of Puppets, One la quarta di …And Justice), è la mediocre Nothing Else Matters a rappresentare la vera novità: mai i Metallica erano stati così acustici e cadenzati, astenendosi da qualsivoglia accelerazione o ispessimento del suono. Assai meglio, comunque, il trittico successivo: Of Wolf And Man, The God That Failed – dedicata alla madre di Hetfield, una Scientology morta di tumore dopo aver rifiutato le cure mediche per i dettami della sua setta – e soprattutto My Friend Of Misery (il giro di basso iniziale è stato uno dei pochi ma sempre indovinati contributi di Newsted al songwriting) tolgono ogni dubbio sulla bontà di Hetfield e Ulrich come autori pur consapevolemente lontani da quei canoni stilistici che essi stessi avevano contribuito a definire.

Anche a livello lirico il Black Album definisce nuovi standard. Se Kill ‘em All era stato scritto “tanto per avere qualcosa da cantare”, zeppo com’era di banali clichèe sull’heavy metal, i tre album che erano seguiti avevano piuttosto cercato di focalizzare l’attenzione dei fans su problematiche sociali di ampio respiro. Hetfield ora prova invece a rivolgere dentro di sé il suo sguardo indagatore. “In quel periodo mi resi conto che eravamo diventati quattro individualità ben precise nella band”, racconta. “Capii che non avevamo veramente più qualcosa su cui condividere unanimemente una stessa posizione – la società, la politica, o cos’altro. Così, quando cominciai a pensare ai testi fui abbastanza preoccupato di non riuscire a trovare qualcosa che rispecchiasse il sentire della band, di tutta la band. E allora feci dietro-front e guardai dentro di me. E scoprii che avevo un sacco di cose da dire, in cui facilmente la gente là fuori avrebbe potuto riconoscersi. E fui pienamente soddisfatto del risultato: è la bellezza di scrivere quello che ti viene dal cuore, sei sicuro che non puoi sbagliare.”

L’anno successivo (1993) i quattro cavalieri si imbarcano nell’interminabile “Nowhere Else To Roam”. Toccheranno con mano la popolarità cresciuta a dismisura in ogni parte del globo, materializzatasi in legioni di nuovi fans che li hanno palesementi scoperti attraverso i clip di Nothing Else Matters, di The Unforgiven, di Enter Sandman. Per molti di loro il Black Album ha svolto una funzione “evangelizzatrice”, portandoli alla scoperta di quel mondo heavy metal di cui Mtv ama mostrare solo gli aspetti più edulcorati.

Nel 1996 sarà la volta di Load, decisa sterzata in territori hard rock ispirata soltanto a metà; l’anno successivo, la funesta scelta di pubblicare Reload, assemblato con le out-takes di Load: il risultato è un disco noioso e anonimo nel quale la mancanza di una direzione e di uno stile preciso non possono nemmeno trovare conforto in un qualche sprazzo di songwriting all’altezza della fama della band. Dopo la parentesi dell’album di cover Garage Inc. (1998) e quello con l’orchestra di San Francisco, S&M (1999), nel 2001 Newsted abbandona il gruppo: il rimpiazzo verrà trovato solo a inizio 2003 nella figura di Robert Trujillo, già con Suicidal Tendencies e Ozzy Osbourne. Un nuovo inizio per una delle più grandi rock band di sempre? Lo auspicano in molti.

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