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Il Mucchio Selvaggio chiude. Anzi no. La prima telenovela dell’anno è servita.

Francesco Eandi ha postato questo articolo il 02/01/2012
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Se non sapete cos’è Il Mucchio Selvaggio significa che non avete mai comprato una rivista musicale. Perchè anche se gli preferivate Rumore o Blow Up o Metal Hammer, le edicole tengono i magazine musicali di solito tutti assieme (normalmente sotto i porno e a fianco delle riviste di informatica; evidentemente c’è comunanza di lettori), e il Mucchio, bene o male, è una presenza fissa in quella zona dal lontano 1977. Senza retorica, credo si possa tranquillamente affermare che è stata la rivista rock più influente in Italia.

Max Stefani osserva il mare. Acque agitate.

Deus ex machina del Mucchio è sempre stato Max Stefani. Il fondatore. Il direttore. Cultura rock enciclopedica, gran fiuto nello scovare  collaboratori altrettanto competenti e ficcanti nella parola quanto nel gusto con cui scegliere i dischi. Federico Guglielmi. Massimo Del Papa. Eddy Cilià. John Vignola. Gente che ad ogni articolo, ad ogni recensione sapeva spaccare e far discutere, che riceveva tanti insulti quanti plausi – segno che l’unica cosa da temere a questo mondo è l’indifferenza.

Ma poi non di soli dischi vive l’uomo, ed ecco che il Mucchio si apre anche a parlare di cinema, di libri, di politica. Che poi dire di una rivista di musica che si occupa anche di cinema e di libri, oggi suona ovvio. Ma suona ovvio perchè il Mucchio lo fa da anni, e prima degli altri, spesso meglio. E poi, la politica. Stefani fa sembrare Vendola un fascista omofobo. E’ visceralmente anticlericale, spara ad alzo zero contro tutto e tutti, ha un approccio alla polemica politica più da bar dello sport che da giornalista.

Col tempo, il Mucchio parla sempre più di argomenti extra-musicali, e il taglio politico procura non pochi mal di pancia alla rivista. Il potere che cerca di zittire la flebile ma indomita voce di chi è controcorrente? Macchè – sono i lettori che non ci stanno – almeno la metà (o forse di più, o forse di meno) che non condivide l’impostazione di Stefani.

Polemiche.
Critiche.
Stefani che dice che chi non ci sta è uno stronzo.
Lettori che danno dello stronzo a Stefani.
Maretta in redazione.

Ad aprile 2011 – colpo di scena! Dopo 34 anni passati al timone del Mucchio, Max Stefani lascia. E del suo rapporto con la redazione che l’ha dimissionato, scrive:

Abbiamo visioni distanti e lo scontro è stato inevitabile, il giornale che ho in mente io va da una parte, quello loro da un’altra. Credo che se un gruppo di persone si reputa migliore del sottoscritto e faccia tanto per raggiungere il potere, debba poi anche prendersi le responsabilità di un eventuale fallimento.

Daniela Federico, direttrice del Mucchio da maggio 2011

Il direttore del Mucchio diviene Daniela Federico, già braccio destro di Max negli anni precedenti. Federico Guglielmi coordina tutti gli aspetti della rivista riconducibili alla musica – che da lì in avanti ritorna ad avere maggiore spazio, sebbene la linea musica-libri-cinema-politica non venga smentita.

Poi, l’ultima fase della telenovela.

Il giorno prima di Natale, il 24 dicembre, Stefani agita le acque. Dalla sua pagina facebook annuncia di stare pensando a una nuova rivista, che comprenderà anche parte dello staff del Mucchio:

Stavo pensando a come augurarvi buon Natale. Dopo quasi un anno sabbatico, a maggio o giugno, c’è un nuovo giornale, molto “indigesto”, di musica e “altro” diretto da me. Molti collaboratori del Mucchio (da Del Papa a Orioles fino a Leporace, Raven, Tettamanti, Caluri, Biacchessi, Canova, Crespi, Sileo, Carlo Gubitosa, Mauro Biani, Vittorio Pio e spero altri, nonche qualche vecchio ripescaggio come Daniela Amenta, Bottazzi, Pierangelo Valenti, Mongardini….) e molti nuovi come Daniel Marcoccia, Francesco Pacifico….
Manca solo il nome. Mi date una mano a trovarlo?

Qualche giorno dopo, il 28 dicembre, la bomba: il Mucchio chiude! O almeno, così dice Stefani, rendendo pubblico il contenuto di una lettera (riservata) ricevuto dall’avvocato della società editrice della rivista:

Il Mucchio chiude.
Mi scrive l’avvocato del Mucchio/Stemax Coop. che, fatto salvo l’uscita di fascicolo di gennaio, a inizio anno la società va in pre-liquidazione. Chiude l’ufficio, licenziati tutti gli assunti. Tutti gli aventi diritti a compensi, compreso il sottoscritto ma anche tutti i coll che hanno lavorato gratis nel 2011 in attesa dei pagamenti a dicembre, potranno rivalersi nelle sedi adatte etc etc. Una bruttissima fine. Nel modo peggiore.

Quindi: in realtà non chiude, ma va in preliquidazione, che è come quando il medico ti dice che non stai affatto per morire, ma in ogni caso sarebbe bene cominciare a pentirsi di qualche peccato qua e là, magari fare testamento, e che ne diresti di una estrema unzione light?. Dall’altro lato, Daniela Federico, nuova direttrice del Mucchio e socia di Stemax (la cooperativa che pubblica il Mucchio), si risente e cerca di salvare le apparenze, pubblicando sul sito della rivista un comunicato durissimo:

Le righe postate questa mattina sulla sua pagina Facebook da Stefani, infondate in fatto e diritto e con riferimento alle quali mi riservo sin d’ora ogni più opportuna iniziativa, mi impongono, quale direttore de Il Mucchio e legale rappresentante della Stemax, una, peraltro sintetica, replica.

È, innanzitutto, falso che la rivista chiuda e che la società sia in stato pre-liquidatorio. Verosimile, invece, che la stessa Stemax sia costretta, in ragione dei recentissimi tagli ai contributi all’editoria attuati dal Governo Monti, a chiudere l’attuale redazione e a modificare il rapporto con alcuni dipendenti. Ciò che, per chiarezza, non vuol affatto dire che Il Mucchio non sarà più pubblicato: si utilizzeranno, semplicemente, strumenti più snelli ed economici (come accade per il 90% delle riviste).

Quindi: il Mucchio fruiva di sovvenzioni statali all’editoria, tagliando le quali si trova in cattive acque, tali da “utilizzare strumenti più snelli ed economici”, qualsiasi cosa questo significhi. Insomma, Stefani: sei il solito esagerato! Peccato che pochissimo tempo dopo sempre sul sito del Mucchio salti fuori un appello accorato della Federico e compagni ai lettori:

Nonostante le vendite positive degli ultimi tempi in trenta giorni o poco più dobbiamo trovare un modo per continuare a esistere. La soluzione, in verità, è una: abbiamo bisogno di voi, abbiamo bisogno che duemila di voi si abbonino. Ora e subito. Solo così potremo superare il nostro momento più critico. Nel Mucchio, lo sapete bene, c’è più cuore che inchiostro. C’è la nostra e la vostra storia. C’è un’idea per la quale ciascuno, a suo modo, è pronto a lottare.

Quindi: non siamo in preliquidazione, ma se non troviamo entro il 30 gennaio almeno 2000 nuovi abbonati, si va a casa.

Il vivace teatrino tra vecchio e nuovo direttore (e rispettive fazioni), si fa notare anche per il fattivo contributo di lettori, utenti facebook e frequentatori del forum del Mucchio che passano dall’augurare la morte a Stefani a sostenerne visceralmente le cause, battibeccando tra loro (qualcosa tipo “stronzo”, “no, stronzo tu!”, e anche “sfiga-di-suora-senza-ritorno!”). Roba che se uno sapesse da prima di avere dei lettori così, anzichè scrivere andrebbe a leggersi un buon libro.

Come si concluderà la vicenda, non è dato saperlo. Pare che pur dandosi dei cornuti a vicenda, la fazione Stefani e la fazione Nuovo Mucchio siano sostanzialmente pervenute a una visione comune, che ruota attorno al fatto che di soldi ce ne sono pochini pochini e la riforma Monti che taglia i fondi all’editoria rischia di essere un colpo mortale al giornale, il quale ha quindi pochissimo tempo per salvarsi.

Cosa che ovviamente gli auguro di cuore, sia pure con la bocca amara per vedere sfociare in cagnara una situazione che forse la professionalità che un certo ruolo imporrebbe, ma anche solo il buon senso, prevederebbero di gestire in maniera ben diversa. I panni sporchi si lavano sempre in casa, non fosse altro che dall’esterno la visione di un paio di mutande macchiate fa sempre un po’ ribrezzo – a prescindere dal sedere responsabile.

E più in generale: non è che le riviste musicali sono in crisi perchè dal 1977 ad oggi il mondo è cambiato?

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