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Giulio Anichini

“The Big Apple”: dove iTunes ha vinto (e i negozi musicali hanno perso)

Giulio Anichini ha postato questo articolo il 12/12/2011
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Coda a New York il giorno dell'uscita dell'iPad

Tre mesi e mezzo a New York per lavoro/studio rappresentano un’esperienza notevole dal punto di vista culturale e sociale, soprattutto per chi, come me, a New York non c’era proprio mai stato. Qui si lavora molto e si bada al sodo, tutto ciò che è collaterale è facile (deve esserlo): laundries che lavano e asciugano in un’ora (giusto il tempo di studiarsi il capitolo di un libro per l’esame); subway attiva 24/7; colazione/pranzo/cena al volo, magari per strada mentre si va al lavoro o magari con i colleghi mentre SI lavora (il famoso brunch…); taxi economici e continuamente reperibili; pagamenti solo con carta di credito (così non c’è il problema del resto o del contante da controllare); wireless gratuita ovunque; e Starbucks, dove, se hai 5 minuti di tempo libero e un paio di mail da controllare, puoi sederti accanto ad altre 10/15 persone intente a sorseggiare un bibitone dal vago gusto di caffè e ad armeggiare con i loro MacBook air / iPad / MacBook pro.

Cito solo Apple per un motivo preciso: qui ha vinto. La concorrenza è stata spianata, non troverete un prodotto Microsoft nemmeno a pagarlo l’oro del Reno. E, se vi capiterà di chiedere ad un vero newyorker dove acquistare della buona musica, vi risponderà: iTunes US. E la famosa “Virgin” di Time Square? Chiusa. E i megastore dove puoi trovare i Kreator accanto a Katy Perry? Spariti.

La maggioranza dei grandi fornitori di dischi e simili sta chiudendo i battenti, forse per sempre, annientati dalla potenza e comodità di un programma che ti permette di affittare o comprare CD o film, assaggiare ampie anteprime, fare confronti con artisti simili proposti nell’elenco della stessa azienda di Cupertino, ricercare il primo disco che ti viene in mente senza muoverti di casa. Da Miles Davis ai Dark Tranquillity, passando per Lady Gaga, Dave Matthews Band, U2, Louis Armstrong, Bach, Ramones, la colonna sonora di Forrest Gump o la compilation dei Pet Shop Boys… fino ad arrivare agli estremi dei dischi rarissimi, pure quelli disponibili. Qualche esempio? Ho cercato “Round the Edges” dei Dark, “Valentyne Suite” dei Colosseum e il disco di debutto (omonimo) degli Shadow Gallery sul mio iPhone: eccoli là, tutti disponibili, tutti lavori introvabili ordinati da un pezzo al mio negoziante di fiducia (“dovrebbero arrivare questa settimana” mi ripete più o meno da due anni e mezzo…).

La situazione arriva al paradosso di non riuscire più a trovare un negozio di musica non solo da Harlem al Financial District, ma nemmeno dalla East alla West Coast dell’intero paese. O almeno, non negozi o distributori paragonabili ai vari “La Feltrinelli”, “Ricordi”, “Fnac”, “Mediaworld”, “Virgin” ecc. ecc. ecc. sparsi in giro per il vecchio continente. Tutto è digitale, tutto è internet.

Un negozio di dischi in Bleecker Street

E se uno volesse, in uno degli (ormai pochi) pomeriggi di fancazzismo domenicale, farsi il proverbiale giro per il centro e scegliersi uno o più CD da comprare a scatola chiusa, senza avere nulla di particolare in mente? Per il fan della vecchia scuola resistono solo i negozietti di Bleecker Street nel Greenwich Village, quartiere dal taglio europeo dove potete trovare sia dischi noti sia, a prezzi relativamente contenuti, capolavori e rarità dei tempi che furono: tutte le edizioni giapponesi dei Pink Floyd, i bootleg più introvabili dei Led Zeppelin, “Queen” in vinile, la discografia dei Deep Purple in tutte le salse… e poi interviste, poster dei tour dei Sex Pistols, cimeli come la copertina di “Bowie” (!?) raffigurante il David dei tempi di “Starman” o il numero di “People” del 1976 che ipotizza una futura reunion dei Beatles (alla faccia dei menagrami…). Bellissimo, ma sembra di essere da un antiquario di via dei Giubbonari.

In breve: qui il negozio di dischi è già vintage. Di un’epoca intera, comprensiva di diverse generazioni, non è rimasto più nulla, tutto è sparito nel giro di 10 anni (anzi, anche meno, considerando che l’ iTunes Store esiste dal 2003 ed ha raggiunto la diffusione di massa nel 2008). Sembrerò un vecchio nostalgico rincoglionito, ma fa un certo effetto pensare a tutti i pomeriggi del liceo passati ad inseguire l’unico amico che ti poteva prestare il CD appena uscito dal quale ricavare la musicassetta che ti saresti portato nel Walkman (qualcuno se lo ricorda?) per anni fino a renderla inascoltabile.

Peraltro, aggiungo, manca la stanca liturgia del rovistare fra gli scaffali, osservare, scegliere, comprare solo dopo ore di ripensamenti, sdraiarsi a casa e sfogliare il libretto mentre le note passano nello stereo, avere un oggetto da custodire quasi fosse un trofeo… insomma tutti questi aspetti già sembrano preistorici pur essendo il sottoscritto assente da Roma da soli 40 giorni. E, in particolare, proprio della componente grafica sento la mancanza; assolutamente secondaria, siamo d’accordo, ma comunque piacevole ed in alcuni casi utile per far viaggiare la fantasia sulle note della musica o, più banalmente, per leggersi le lyrics. Un aspetto, questo, che il formato digitale fornisce in minima parte con la copertina e le informazioni di riproduzione. Punto. Il resto è musica allo stato puro, un po’ poco per chi ai dischi ci tiene come fossero cimeli. D’altro canto…

…durante un tragitto NYC-Boston in pullman (pullman con wireless, qui c’è anche questo), mi riviene in mente chissà come “Working Man”, fenomenale ed introvabile tribute album ai Rush del quale avevo perso il CD (io ero uno degli amici che prestava). Dopo 15 minuti di download ecco la prima traccia che parte sull’iPhone. It’s internet, beauty…

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