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Andrea Costanzo

Tom Waits – “Bad As Me”: una dichiarazione di amore

Andrea Costanzo ha postato questo articolo il 06/11/2011
Featured Rock + Pop Video //

Chiariamo subito ogni dubbio: quando si parla di Tom Waits sono assolutamente parziale. Amo Tom alla follia, e persino i suoi lavori più indigeribili hanno ricevuto da me devozione, amore e  ascolti a ripetizione. Forse è una questione personale (collego molti momenti chiave della mia vita alla sua voce e ai suoi pezzi), forse è quella magia magnetica che sa emanare, anche quando si dà a canzoni quasi incomprensibili nel loro suono crudo ed ermetico. Forse è perchè, piaccia o meno, senza Tom Waits, lo stile “singer/songwriter” non sarebbe lo stesso. Niente Capossela (che lo copia parecchio e per questo viene osannato all’estero e criticato in patria..), niente anime turbolente che cantano i propri demoni nel cuore della notte. Lui è il padre putativo di tutto questo. 

E forse perchè, qualunque siano i vostri gusti, non potete negare che Waits sia un incredibile figo. Leggete una qualsiasi intervista con lui. Guardatelo nella sua comparsata in “Coffee and Cigarettes“. Godetevi la traccia bonus di aneddoti sconnessi ma che fanno venire un groppo in gola sull’ultimo live “Glitter And Doom“.

Waits è vero. Waits è un cantastorie, che al di là di mode, cambi di stile e mutazioni del mondo musicale, è comunque rimasto una spanna sopra tutti, incantando chi lo ama e creandosi attorno una famiglia di fan che ha atteso questo nuovo “Bad As Me” come una sorta di momento topico e gioioso. Parlate con un qualsiasi fan e probabilmente vi dirà come la musica di Tom abbia cambiato la sua vita. Come “Martha”, “Romeo Is Bleedin” o “Rain Dogs” siano incise a fucoo nella sua anima. E come dopo tutti questi anni, l’idea stessa che Tom sia vio, in salute e attivo sia un dono dal cielo.

E quindi, com’é questo “Bad As Me”? Una parola: meraviglioso.

E’ un disco che devia dalle sperimentazioni acide di “Real Gone” o “The Mule Variations”. Un disco breve e intenso come una coltellata al cuore con uno shot di whiskey. Soprattutto è un disco vivo, vario, fatto di canzoni radicate nella tradizione classica della musica americana. Ci si ritrova, il blues, il soul, il folk minimale e a condire il tutto, le sferzate teatrali e viscerali che sono un inconfondibile tratto di Tom.

La sua performance è incredibile. Non è un Waits, incartavetrito e un po’ monotono, quello di “Bad As Me”. E’ un Tom che sa passare attraverso registri diversissimi. Ascoltatelo sfoggiare il suo vocione malinconico e devastante in “Chicago”, per poi passare alle note coheniane di  “New Year’s Eve”, la poesia di “Last Leaf”….

O ancora di più, il ritorno del Waits notturno e poeta in “Kiss Me”. Il Tom  che parla d’amore meglio di qualunque neoromantico da quattro soldi, che sa cantare al cuore e trasmettere dei brividi e delle emozioni che non possono essere spiegate se non attraverso la musica.

E’ un album che colpisce subito e cresce in maniera inarrestabile. Uno dei dischi dell’anno, sicuramente e forse uno dei suoi lavori migliori. Con la magia di un Keith Richards in gran froma (provando di essere pressoché immortale),  e del delizioso Marc Ribot a dare un tocco magico all’alchemia perfetta del disco. Inarrivabile.

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