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Giulio Anichini

La rara virtù del sapere quando uscire di scena – dai Beatles ai Mayhem ai Dream Theater…

Giulio Anichini ha postato questo articolo il 11/11/2011
Featured Metal + Punk Miscellanea Rock + Pop //

Ascoltando le note dell’ultimo aborto dei Pain of Salvation viene da chiedersi: ma non sarebbe stato meglio che questi si fossero sciolti ai tempi di “Scarsick” (per alcuni anche prima)?

Ai posteri l’ardua sentenza, ma riflettiamo un po’ più ad ampio respiro e vediamo a quante band (o a quanti personaggi) un discorso come questo si adatterebbe alla perfezione. Quanti, nell’ambito dello show business, sono stati realmente in grado di rimanere sulla cresta dell’onda senza cadere nelle voragini del pacchiano, dell’autoreferenziale o, peggio, nella ripetizione pedissequa di ciò che hanno ampiamente detto in passato?

Nell’ambito del cinema probabilmente il discorso si fa più sfilacciato. John Belushi è entrato nella leggenda quasi solo per il fatto di essere morto giovane (grande attore, per carità, ma ai posteri consegna l’immenso “The Blues Brothers”, il divertente “Animal House” e poco altro); Steven Spielberg e George Lucas non hanno resistito alla tentazione della minestra riscaldata, resuscitando zombie come Star Wars e Indiana Jones che tanto più graditi sarebbero risultati al pubblico se non fossero stati disturbati da sequel pietosi, ripetitivi e non all’altezza degli originali.

In ambito rock, genere avanguardistico per definizione, questo contrasto è assai più marcato. Pensiamo al decennale confronto Beatles/Rolling Stones. I primi sono riusciti ad arrivare primi in classifica in tutto il mondo due anni fa con una compilation che racchiudeva dei banalissimi radio edit, Paul McCartney (campando quasi solo sui vecchi successi, non certo sulla sua carriera solista) va avanti a folle oceaniche e sold out (l’ultimo concerto ai Fori Imperiali a Roma ha ampiamente sfondato il tetto delle 500.000 persone), la rivista Rolling Stone (touché!) mette “Sgt. Pepper’s” al primo posto nella classifica dei 200 migliori album di sempre, con altri TRE dischi dei Beatles fra i primi dieci. I secondi? Qualcuno si ricorda di un solo disco delle pietre post-1975? E siamo sicuri che sia solo un discorso di qualità? Forse, azzardo, si tratta anche di sapere quando fermarsi e perché.

Il numero di esempi potrebbe continuare all’infinito. Led Zeppelin/Deep Purple. I primi, scioltisi dopo 10 anni di carriera, consegnano a futura memoria una specie di leggenda intoccabile. Addirittura un obbrobbrio come “In Through the Out Door” è stato rivalutato solo per aver avuto impresso il nome Led Zeppelin. Mentre i Deep Purple, sempre in forma per carità, hanno tuttavia pedissequamente continuato sulla loro strada dando alle stampe lavori talvolta anche buoni (“Perfect Strangers”) tante altre volte assolutamente da dimenticare (“Bananas”).

Il discorso può tranquillamente essere capovolto, poiché nella nevrosi imperante dei nostri tempi la necessità di essere avanti a tutti viene tanto esageratamente caldeggiata da produrre delle vere e proprie nevrosi collettive. Vedasi il nostrano Rino Gaetano, cantautore di indubbie qualità che consegna alla storia una manciata di dischi e di singoli, la cui fortuna è in buona parte dovuta alla prematura scomparsa dell’autore. Si arriva anche a dei paradossi assolutamente criticati e criticabili quando si guardano storie umane quali quella di Michael Jackson, dimenticato dalle luci dei riflettori, indagato per pedofilia, sull’orlo del crack finanziario… poi la signora con la falce viene a prenderselo e le vendite di tutti i suoi dischi schizzano alle stelle, al punto che dopo sei mesi dal suo sfortunato decesso gli introiti hanno ampiamente ripianato tutti i debiti. Follie del mondo moderno? Sicuramente, ma non solo.

Visto con l’occhio del critico, questo fenomeno probabilmente indica un punto ed uno solo: sapersi fermare quando è tempo di farlo. Se gli U2 si fossero fermati con “Pop”, non sarebbe stato meglio? O, tornando nel circuito heavy metal (nel quale il giudizio dei fan è notoriamente più severo), i Dream Theater con “Scenes From a Memory”? O i Metallica con il “Black Album”? O, ancora, i Megadeth con “Youthanasia”? I Blind Guardian con “Nightfall”, gli Stratovarius con “Visions”, i Mayhem con “De Mysteriis”, ecc. ecc. ecc.? Si dirà: ma oggi come oggi le label (e i gruppi) campano di questo.

Vero, ma rimanendo in un ambito puramente speculativo, parlando solo ed esclusivamente della qualità media dei dischi, tante parabole discendenti, da ascoltatore, me le sarei risparmiate volentieri. I soldi sono tutta un’altra storia…

Dream Theater – Take the Time (il sacro…)
Dream Theater – A Rite of Passage (…il profano)

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