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Andrea Costanzo

Love The Riff: 10 pezzi tra classici e novità per amare lo stoner rock

Andrea Costanzo ha postato questo articolo il 12/10/2011
Audio Featured Rock + Pop Video //

Pur avendo, nel bene o nel male, tentato di ascoltare, apprezzare e quindi scrivere di ogni tipo di musica, sono un essere umano con un cuore piazzato tra due polmoni, che batte per un sound preciso più degli altri: il doom, lo sludge, lo stoner rock.

Per definire lo stoner rock, si possono pescare possibli descrizioni forgiate da critici ed espertoni d’ogni sorta che possono essere efficaci o fallire in pieno. Come accadde col grunge, il nu-metal e molti altri, il nome “stoner” è stato affibbiato dalla stampa e dalle label, non dai musicisti. Di conseguenza comprende band completamente diverse tra di loro, a volte inserite nel sound completamente a sproposito.

Per farla breve: con “stoner” si intende una forma di rock di derivazione dai primi Black Sabbath più psichedelici e/o del sound dei primi Blue Cheer. Il che significa riff di chitarra basati sul blues e sul rock nell’essenza più pura e suonati attraverso un enorme coltre di amplificatori, spesso effettati dal principe dei pedali stoner, il “fuzz”. Da questo terreno rovente parte una musica che si dirama in moltissime direzioni diverse, accomunate dall’amore per le jam session e la psichedelia, l’impatto e la spontaneità immediata delle band che costruiscono i propri pezzi più sul palco che in uno studio.

Ma cosa è meglio per dare un idea di un suono che dare una lista di brani da ascoltare? I seguienti pezzi sono una mia personale selezione di esempi “classici” e attuali di cosa può essere lo stoner.

I Classici

1) Kyuss “Green Machine”


 Non si può parlare di stoner senza prima o poi finire a parlare dei Kyuss. Il sound ha avuto molti nomi sacri, alcuni meno fondamentali di quanto la stampa li ha resi, ma Homme, Garcia, Bjork e Reeder sono e restano l’esempio più perfetto di “Musica del Deserto”, in assoluto. E il loro album “Blues For The Red Sun” è uno di quei dischi che andrebbero spediti nello spazio a dimostrare la gloria della creatività umana.

2) Acrimony “Heavy Feather”

Dal Galles, venne il gruppo di culto che ascoltarono in pochi ma che influenzò tutti. Quasi impossibile leggere una lista di “Top Albums” dello Stoner dove non sia presente il loro disco-pietra miliare “Tumuli Shroomaroom”. Unici nella costruzione dei pezzi, nella capacità di creare riff che si ficcano nel cervello e non vanno più via. Compatti e pesanti ma anche liquidi come un trip cosmico.

3) Fatso Jetson “Light Yourself On Fire”

Mario Lalli, mente portante, cantante, chitarrista e icona del Desert Sound, ha dichiarato ripetutamente (nella marea di specials e documentari dove è stato intervistato) di non essersi mai sentito parte del movimento stoner. Detto questo, lo stile melodico e iperamplificato, quasi jazzato in mezzo alla marea di feedback, dei Fatso Jetson è la spina dorsale dello Stoner a venire. E anche un’influenza diretta su quel che gruppi “post-stoner” come i Queens Of The Stone Age tentarono di produrre. A metà tra il pop e un calderone ribollente.

4) Los Natas – “Bolsero”

Band speciale per molte ragioni. Una su tutte: sono argentini e non lo nascondono. Cantano in lingua, compongono pezzi che mischiano la psichedelia lettrica con la tradizione folkloristica locale, sono innamorati della tradizione indiana, evocano atmosfere  legate ai loro deserti, al loro sole cocente, al calore dei suoni e del gusto (si, il gusto. I loro pezzi si possono quasi sentire sul palato) della loro cultura. E sono unici.

5) Acid King “Electric Machine”

Guidati dalla frontlady Lori S. (donna che è osannata come una divinità nell’ambito stoner, a dimostrare come il genere è assolutamente non sessista), gli Acid King sono un’esperienza che cambia la vita. Ascoltare “Busse Woods”, il loro album principe, è come sentire ogni elemento chiave di questo stile venire unito a perfezione in un puzzle. La voce ipnotica di Lori (quasi un Ozzy in versione lisergica e primordiale), la sua chitarra che pare una spirale dove perdersi…. Essenziale.

Le Nuove Leve

1) Sigiriya “Whiskey Song”

Dalle ceneri degli Acrimony, nascono I Sigiriya. Pubblicano il loro esordio quasi di nascosto, circondati dalla spoasmodica attesa da parte degli appassionati. Lo pubblicano per una piccolissima etichetta di culto, la Church Within  e la gioia collettiva esplode. Minimalista, ma poderoso come pochi. The Shroomaroom still lives.

2) Faces Of Bayon - “Ethereality”

Alcuni li definiranno più doom che stoner, io disaccordo. Dalle ceneri dei Warhorse (misconosciuta band che diede alla luce alcuni pezzi che potevano solo essere definiti come il suono di un maglio abbattuto inesorabilmente sulla vostra corteccia cerebrale), i Faces Of Bayon sono per pochi ma buoni. Grossi, brutali e primordiali. I vostri speaker vibreranno di gioia.

3) Sungrazer “Mirador”

Questo terzetto danese è stato definito come la cosa più vicina al sound originale dei Kyuss che si abbia al giorno d’oggi. Sono assultamente d’accordo. Le vocals possenti, l’improvvisazione psichedelica, il suono caldo e acido degli strumenti rimanda direttamente ai giorni gloriosi delle “Desrt Sessions” di Homme e soci. Evitiamo squallide reunion, meglio assaggiare suoni nuovi.

4) 1000mods “Vidage”

L’influenza Kyussiana è sempre presente, ma questa band greca ha un tocco assolutamente personale. Totalmente devoti al sound analogico, sia sul palco che in fase di registrazione, trasudano sudore, palle e corposa gioia rock da ogni singola nota. Ascoltarli fa ringiovanire.

5) Tia Carrera “Sand Stone and Pearl”

Non esattamente “nuovi” ma decisamente in fase di riscoperta, grazie alla recente release del loro nuovo album “Cosmic Priestess” tramite la leggendaria etichetta “Che non sbaglia mai” Small Stone Records. I Tia Carrera non si fanno problemi di lunghezza delle track. Quando si inzia un viaggio con loro ci si perde in un turbine di suoni mutlicolori, vibrazioni e improvvisazione. Roba da perderci la testa.

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