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Andrea Costanzo

Opeth “Heritage” e Wolves In The Throne Room “Celestial Lineage”: Assoluta Evoluzione vs Assoluta Stagnazione

Andrea Costanzo ha postato questo articolo il 19/09/2011
Audio Featured Metal + Punk Rock + Pop //

Durante l’ascolto dell’ultima mezza sola sfornata dai Queensryche, ponderando come poter esprimere a parole la sconfortante problematica che rocker e metallari devono affrontare nel gestire i nuovi lavori di band amate e riverite, mi sonbo ritrovato a riflettere su due uscite recenti e, a mio parere, esemplari per l’argomento.

Pur a livelli differenti, sia Opeth che Wolves In The Throne Room possono essere considerate come due band che portano sulle spalle un grosso fardello di aspettative da parte del proprio pubblico. Sia ben chiaro, prima che alcuni di voi mi accusino di comparare pere e banane, le due band sono assolutamente diverse, nell’approccio, nell’ “anzianità” e nel tipo di audience, ma hanno interessanti punti in comune che sono abbastanza per porre a confronoto le loro due scelte, in un qualche modo diametralmente opposte, in termini di “evoluzione musicale”.

Entrambe le band possono essere considerate come “di culto”. E con questo termine mi riferisco al loro ruolo fuori dal mainstream, ma anche fuori dai confini del proprio “genere”. Entrambi provenienti dal settore della musica estrema, ambito che non pulla esattamente di animi aperti o tolleranti verso sperimentazioni o brusche svolte nel sound. Entrambi devoti alla contaminazione del proprio sound con elementi esterni al metal. Entrambi autori di almeno un disco osannato e reputato come fondamentale. Entrambi criticati aspramente dal pubblico più intransigente per le proprie scelte e fautori di reazioni estremamente polarizzate.  Entrambi provenienti da un periodo di “riflessione” al quale è seguito un album atteso e in un certo senso “aspettato al varco”.

Se mi avete seguito fino a questo punto, ora scatta il bivio.

Il nuovo “Heritage” partorito da Akerfeldt e soci mi ha colto di sorpresa, in modo quasi traumatico. Pur non essendo necessariamente un fan del loro primo corso e conoscendo il loro amore per le sonorità progressive degli anni 60 e 70 (quelle che “Damnation” sfoggiava a peino regime), non m’aspettavo un distacco dal proprio passato così netto e radicale.

Se infatti “Damnation” era stao propsto ai fan come “il lato riflessivo” del più metallico “Deliverance, “Heritage” abbandona con forza ogni sonorità heavy. E’, in ogni singolo minuto, un disco di prog rock devoto alle sonorità dei primi King Crimson e Jethro Thull, con alcune sferzate nella fusion di “Bitches Brew” o dei Mahavishnu Orchestra.

Niente growl, doppia cassa, riff o esplosioni sonore. Le canozni di “Heritage” sono un susseguirsi di delicatezza, tastiere, atmosfere malinconiche e fughe psichedeliche. E’ un disco completamente disinteressato all’impatto o all’aggressione, avvolto su se stesso e a tratti quasi volutamente intimista e cerebrale.

E qui piovono le reazioni: se infatti alcuni hanno accolto il lavoro con amorosa ammirazione per il coraggio e per lo sfoggio di tecnica, e i fan di quel tipo di sonorità (includeteci il sottoscritto) si sono goduti, dopo l’iniziale shock, la classe del disco, il resto dell’audience si é data al livore. E non solo il livore del fan tradito: qualcosa di diverso, più profondo e rancoroso. Accuse di “arroganza”, rivolte anche e soprattutto alla “nuova audience snob” degli Opeth, all’ “intellettualismo” della lor0 scelta. Si grida alla noia, si vuole il ritorno al death dei primi dischi, si punta il dito contro chi ha apprezzato il disco anche più di quanto si accusi la band.

Dall’altra parte, il nuovo Wolves In The Throne Room.

Celestial Lineage” è un disco-riassunto. Nulla di nuovo, nulla di sorprendente. Le stesse commistioni tra black e post rock dei loro ultimi lavori, le stesse alternanze tra sfuriata metallica ed evocazione aliena.

Dopo essere stati tacciati di blasfemia dall’elite true black, il gruppo ha trovato una nicchia fedele e li si è piazzato. E dietro la facciata di musicisti misteriosi, sfuggenti e difficili, apprezzabili solo da pochi e illuminati dal genio, hanno mostrato  una realtà fatta della riproposizione un po’ asettica di una sonorità che oramai non ha nulla di nuovo. E che altre band hanno portato avanti in maniera motlo più creativa e di qualità.

Nonostante questo, i fan hanno preso il disco per oro colato, quasi rifutando persino l’IPOTESI di una possible sopravvalutazione del sound. I miti sono infallibili, ancor più se restano immobili sul proprio sentiero senza mutare. E la stessa cosa riproposta all’infinito é accettata con devozione se viene da loro.

Questi due casi sono ampimente discutibli, chiaro. Ma a mio parere rifletteno bene l’approccio radicale e un po’ schizofrenico del pubblico metal attuale.

I miei due cent, fatevi le vostre opinioni. Nessuno ha argione e nessuno ha torto. Forse.

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