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Giulio Anichini

Dream Theater – A Dramatic Turn of Events, ovvero tutti sono importanti, ma nessuno è indispensabile

Giulio Anichini ha postato questo articolo il 14/09/2011
Audio Featured Metal + Punk //

“Dramatic” è un aggettivo al contempo calzante e totalmente fuori contesto, ovviamente partendo dal presupposto che venga inteso nel senso corretto per gli accademici della crusca (ossia di rappresentazione teatrale, atto scenico e/o inaspettato) e non nella comune accezione – peraltro errata – di “tragico”.

E’ totalmente calzante se si pensa che questo disco viene fuori nel momento forse più critico nella vita dei Dream Theater dai tempi dell’abbandono di Moore. Mike Portnoy (batterista, membro fondatore del gruppo, responsabile di molti testi, produttore a quattro tasche insieme a Petrucci, ecc. ecc. ecc.) se n’è andato via - sostituito da Mike Mangini, vincitore di una sorta di reality (!) in cui lui e sei altri batteristi jammavano con la band – ed è impossibile pensare che questo evento non influisca sul lato musicale. Senza riferirsi unicamente alle parti di batteria, è evidente fin dal primo pezzo (nonché singolo) “On the Back of Angels” che ci sia stato un colpo di scena.

Ed è proprio qui che l’aggettivo torna ad essere calzante: le quasi onnipresenti armonie in minore, la fondamentale malinconia dell’intero disco (“This is the Life”), i ritmi serrati, incalzanti e quasi ossessivi (“Lost not Forgotten”), tutto rimanda al dramma. E’ un’atmosfera agitata, cupa e senza pace, quella che trasuda dalle note di “A Dramatic Turn of Events”, un’atmosfera che sembra rimandare direttamente alle vicissitudini della band, almeno nelle intenzioni. Merito principalmente dei suoni di Rudess, qui più a briglia sciolta e libero di dare sfogo a cori e orchestrazioni pompose da un lato come a scratch ed effettaglia varia (lo so, sono in vena di neologismi) dall’altro.

Se, tuttavia, analizziamo il disco nel suo complesso, ci rendiamo conto di quanto la parola dramma sia abbastanza fuorviante. Perché in effetti, in quello che sono i Dream Theater oggi, non c’è assolutamente nulla di straordinario, nulla di particolarmente scenico, niente che stupisca, lasci interdetti. “A Dramatic Turn of Events” è un lavoro monolitico, ricco di cambi di tempo e sfumature di suono eppure totalmente uguale a se stesso; il che non necessariamente deve essere considerato un male.

Con l’eccezione della tamarrissima “Build Me Up, Break Me Down”, i Dream Theater hanno in parte ritrovato quel senso della misura che sembrava perso in lavori disomogenei quali “Octavarium” o lo stesso “Six Degrees…”; lavori che, comunque li si consideri dal punto di vista qualitativo, contengono elementi spaiati, in netto contrasto fra loro, a volte fuori contesto. Qui al contrario la musica fluisce con una certa regolarità… a volte prevedibile, altre più interessante.

Due titoli su tutti: “Breaking All Illusion”, suite in cui si riaffaccia piacevolmente lo spettro dei Liquid Tension Experiment, e “Beneath the Surface”, ballad toccante ed originale, proprio per questo degna di attenzione speciale. Nella contraddizione insita in questo lavoro può essere riassunto il dualismo degli attuali Dream Theater: meritevoli di encomio perché, dopo oltre 25 anni di attività, si sforzano ancora di dare alle stampe qualcosa di ascoltabile; tacciabili di procurare tedio perché, obiettivamente, non sempre ci riescono.

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