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Quando i Queensryche erano grandi: 10 canzoni per ricordarli al meglio della loro forma

Francesco Eandi ha postato questo articolo il 09/09/2011
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Dice bene Andrea Costanzo nella recensione di “Dedicated To Chaos”. Il fan medio dei Queensryche equivale a quello assatanato di una band normale: se il gruppo fa un disco mediocre, non si limita a sospirare deluso e passare oltre; no, lui si sente tradito, oltraggiato, e come nelle peggiori storie d’amore vorrebbe quasi arrivare ad usare violenza: sì, potendo, a Geoff Tate vorrebbe fargli male, tipo strappargli tutti i capelli, se solo ne avesse ancora, e urlargli “perchè, perchè mi hai fatto questo?!”.

Il motivo sta tutto nel fatto che i Queensryche in 10 anni tondi tondi, tra il 1984 e il 1994, hanno fatto uscire dischi talmente notevoli, ricchi di spunti, particolari, forti di una band dalla caratura tecnica superiore, che si pensava potessero continuare così all’infinito. E quindi la colpa, in un certo senso, è loro.

Ve ne diamo 10 inconfutabili prove.

1. Take Hold Of The Flame (The Warning, 1984)

Il primo pezzo di un certo successo della band. Un po’ acerbo, ricco di echi della cosiddetta “New Wave Of British Heavy Metal”, Judas Priest in testa, fa intravedere però già lo spessore della band.

2. Walk In The Shadows (Rage For Order, 1986)

3. Screaming In Digital (Rage For Order, 1986)

“The Warning” era un ep; ma il primo disco vero dei Queensryche è “Rage For Order”. Un’opera prima notevole, molto in avanti coi tempi per l’uso di tastiere e synth, e una vera antesignana del progressive metal. Questa “Walk In The Shadows” ha una forma abbastanza classica, ma un incedere letale. Molto più particolare “Screaming In The Digital”, dove Scott Rockenfield (il batterista) dà dimostrazione di essere in grado di tenere tempi assurdi.

4. Speak (Operation: Mindcrime, 1988)

5. Spreading The Desease (Operation: Mindcrime, 1988)

6. I Don’t Believe In Love (Operation: Mindcrime, 1988)

Se qualcuno vi chiede cos’è l’heavy metal, risparmiate il fiato e tirate fuori “Operation: Mindcrime”. Probabilmente il miglior disco heavy metal degli anni Ottanta, è un (doppio) concept album con plot intricatissimo, ma soprattutto un aggregato di canzoni eccezionali. La maggior parte delle band del periodo avrebbero ucciso per poter avere uno solo dei brani che sono finiti qui sopra.

7. Best I Can (Empire, 1990)

“Empire” è forse il più progressive dei lavori del gruppo, sebbene Tate e soci siano riusciti a introdurre nel disco due brani acchiappa-tutto come “Another Rainy Night” e “Silent Lucidity”. Ma questa “Best I Can” è un inno alla positività in grado di smuovere corpo e anima. E il coro di bambini iniziale è rimasto famoso.

8. Anybody Listening (Empire, 1990)

Se cercate una ballad dei Queensryche, è “Silent Lucidity” quella che fa per voi. Splendida, ma un po’ convenzionale. Questa invece fa vedere che succede quando la band toglie il piede dall’acceleratore, e sostituisce il ritmo con il pathos, la distorsione con l’epica. La potenza rimane intatta.

9. Bridge (Promised Land, 1994)

“Promised Land” è un album meno metallico dei precedenti, ma molto più scuro e personale. Questa “Bridge” è una semi-acustica, struggente dedica che DeGarmo tributa al padre, morto proprio durante le sessioni di registrazione del disco.

10. Promised Land (Promised Land, 1994)

La title track è una delle più progressive, difficili ed emozionanti canzoni della band. E sentite l’uso del sax. Uno dei pochissimi brani dove l’intera band è indicata tra gli autori.

…E poi? E poi Chris DeGarmo, chitarrista e principale autore della band, se n’è andato per fare il pilota di aerei. E poi è arrivato Kurt Cobain  con i Nirvana, il grunge e le camicie di flanella. E il periodo d’oro si chiude. Certo, se ne apre un altro: ma quella è un’altra storia. Molto meno interessante.

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