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Andrea Costanzo

La leggenda di Seasick Steve, il vecchio bluesman che conquistò il mainstream

Andrea Costanzo ha postato questo articolo il 01/09/2011
Featured Rock + Pop Video //

Interpellate un qualunque amante del blues, possibilmente non uno snob che ama solo musicisti ripuliti e gessatissimi e nominate Seasick Steve. Con molta probabilità vedrete i suoi occhi illuminarsi di quella luce che solo certe “icone” sanno accendere. E non sto usando il termine “icona” a sproposito, credetemi.

Al di là della tecnica (che nel suo caso è comunuqe splendida ed essenziale), o di inutili manfrine sul “valore storico”, Steve è un uomo fatto della stessa pasta di figure come Robert Johnson, J.B. Lenoir, o Johnny Cash. E ancora, non ho detto due nomi a caso.

Steve è un uomo che è nato sulla strada, ha vissuto per anni sulla strada, letteralmente. Come le leggende del blues primordiale, raccontate da Martin Scorsese nei suoi seminali documentari sul blues (oppure quello di Wim Wenders “The Soul Of A Man”), ha vissuto per anni ed anni da homeless, campando alla giornata, nutrendosi di espedienti e di musica. Affinando la prorpria musica, suonando senza sosta, scavando nel proprio animo esperienze splendide o terrificanti (che racconta con ironia e grande abilità da affabulatore nei suoi concerti a un pubblico in estasi) che l’hanno reso uno di quegli uomini che sembrano aver vissuto in un altro tempo.

Gira il mondo, non ha un soldo. E all’improvviso, Jools Holland si accorge di lui e lo mostra sul suo show per la BBC “Hootenanny”. E il mondo impazzisce per questo orso barbuto e tatuato, per le sue canzoni meravigliose intrise di dolore e amore per la vita, per le sue storie di vita vera, prive di posa o fronzoli. Per il mdoo assolutamente unco con cui riesce a entrarti nelle orecchie pizzicando quelle dannate corde e ti scioglie il cuore a l’anima, facendoti cercare disperatamente qualunque cosa abbia mai inciso.

E lui ride di tutto questo, è incredulo e non perde l’umiltà. Continua a suonare senza sosta mentre il mondo lo ama sempre di più e gli appioppa premi su premi.

E nel 2011 ancora incide dischi, pieni di calore e meraviglia, di racconti, di spicciola filosofia, di cuore (pubblicò una raccolta di pezzi a mo’ di dono per S. Valentino, intitolata “Songs for Elizabeth”). Suona sul palco con artisti del calibro, ad esempio, di John Paul Jones (quardate il divertimento negli occhi del bassista degli Zep nel video a fondo pagina), che nelle interviste sciorinano il loro amore per lui.

E in piena era digital, compare allo iTunes Festival di Londra, quanto di più “hip” si possa immaginare, circondato da gruppi come gli Arctic Monekys o i Mumford & Sons. Il simbolo stesso del cuore della musica allo stato puro, non digitale, fuori da ogni trend o momento “fashion”, suona cinque pezzi e annienta ogni barriera.

La sua per me, è, in un momento in cui la musica sembra morire per mancanza di cuore o spontaneità, una storia e un’esempio di quelli che riconfortano e fanno venire voglia di ascoltare o di imbracciare una chitarra. Di amare la musica al di là di definizioni o di regole. Amarla come nutrimento e magia. Dategli un’occhiata in questi video, e lasciate che il buon Steve vi racconti qualche storia. A me fa bene ogni volta.

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